Molti segnali indicano che il 2012 potrebbe essere l'anno della Stampa 3D, la tecnologia esiste da trent'anni, ma finalmente per una serie di circostanze concomitanti potrebbe finalmente diventare accessibile e disponibile per tutti. 
In questa interessante video-presentazione tenuta durante un recente TED, Lisa Harouni ci introduce questo affascinante metodo per creare oggetti reali, incluse forme intricate che prima erano praticamente impossibili da ottenere.
La Stampa 3D é argomento di stretta attualità e comprende anche la nascente Fabbricazione Collaborativa, per approfondire il tema leggi il recente articolo dell' Economist All together now - The advantages of crowdsourcing ( traduzione automatica in italiano qui ) che comprende anche un interessante video su due nuove realtà di Fabbricazione Collaborativa, QUIRKY e Shapeways.
Sempre riguardo ai nuovi sistemi di fabbricazione remota, leggi anche il post precedente: Disegna un Oggetto sul PC e ricevilo a casa Fabbricato.
TED Talks - Lisa Harouni: Un'introduzione alla Stampa 3D
(
con sottotitoli in Italiano )
Trascrizione integrale del testo :
Oggi è ormai una realtà la possibilità di scaricare prodotti da internet, o meglio, file di prodotti da internet, probabilmente modificarli e personalizzarli secondo le nostre preferenze e il gusto e poter inviare quelle informazioni a una stampante che fabbricherà l'oggetto al momento. Noi possiamo davvero costruire per voi, molto rapidamente, un oggetto reale. Ciò che ci permette di farlo è una tecnologia emergente chiamata produzione additiva o stampa 3D.
Questa è una stampante 3D. Sono in circolazione da circa 30 anni, stupefacente se ci pensiamo, ma solo ora stanno cominciando ad arrivare al grande pubblico. Tipicamente voi prendereste i dati, come questi di una penna che sono una rappresentazione geometrica in 3D del prodotto, e noi inseriremmo quei dati e il materiale in una macchina. Il processo che avverrebbe nella macchina è tale per cui, strato per strato, il prodotto verrebbe costruito. E potremmo tirare fuori il prodotto finito pronto all'uso, oppure, forse, assemblarlo per creare qualcos'altro.
Ma se queste macchine sono in giro da circa 30 anni, perché non ne sappiamo niente? Perché tipicamente sono sempre state inefficienti, inaccessibili, non abbastanza veloci, molto costose. Ma oggi, stanno diventando una realtà tale da cominciare ad avere successo. Molte barriere stanno crollando. Questo vuol dire che anche voi potrete presto avere accesso a queste macchine, se non già ora. Questo cambierà e sconvolgerà il panorama della produzione, e quasi certamente le nostre vite, i nostri affari e le vite dei nostri figli.
Come funziona? Di solito sono necessari dati CAD, file per disegno industriale creati con programmi di disegno professionali. Qui potete vedere un ingegnere, ma potrebbe essere un architetto o un product designer professionista, creare un prodotto in 3D. Queste informazioni vengono mandate alla macchina che le suddivide in rappresentazioni bidimensionali di quel prodotto per tutta la lunghezza... un po' come affettare un salame. E i dati, strato per strato, passano attraverso la macchina, che cominciando dalla base del prodotto, deposita il materiale uno strato sopra l'altro fondendo il nuovo strato di materiale su quello precedente in un processo additivo. Il materiale depositato è in forma liquida o in polvere. Il processo additivo può avvenire per fusione e poi posizionamento o viceversa. In questo caso vediamo una sinterizzatrice laser sviluppata dalla EOS. In realtà sta usando un laser per fondere il nuovo strato di materiale sul vecchio. Col tempo, in realtà molto rapidamente, nel giro di ore, possiamo costruire un prodotto reale, pronto per essere tirato fuori e usato. E' un'idea veramente straordinaria, ma oggi è una realtà.
Tutti questi prodotti che vedete sullo schermo sono stati fatti nello stesso modo. Sono tutti stati stampati in 3D. E potete vedere che variano dalle scarpe ad anelli fatti di acciaio, dalle cover in plastica per i telefoni fino per esempio agli impianti per le colonne vertebrali creati in titanio di qualità medicale e ai componenti di motori. Ciò che noterete di tutti questi prodotti è che sono molto, molto intricati. Il design è straordinario. Visto che prendiamo questi dati in forma 3D, suddividendoli prima che vadano alla macchina, possiamo creare strutture molto più intricate che con qualunque altro processo produttivo, o che sarebbero altrimenti impossibili da creare. Possiamo creare parti con componenti mobili, cerniere, parti all'interno di parti.
In alcuni casi, possiamo eliminare totalmente la necessità di manodopera. Sembra fantastico. E' fantastico. Oggi possiamo avere delle stampanti 3D che creano strutture come questa. E' alta quasi tre metri. Ed è stata costruita depositando strati su strati di arenaria artificiale, ognuno con uno spessore tra i 5 e i 10 millimetri, creando lentamente questa struttura. E' stata costruita da uno studio di architetti chiamato Shiro. E ci si può camminare all'interno. All'altro capo dello spettro, questa è una microstruttura. E' stata creata depositando strati di circa 4 micron. La risoluzione è davvero incredibile. Il livello di dettaglio ottenibile oggi è stupefacente.
Chi usa le stampanti 3D? Tipicamente, visto che possiamo creare prodotti molto in fretta, vengono usate da designer o da chiunque voglia un prototipo di un prodotto o voglia creare o replicare rapidamente un progetto. Ciò che davvero è sorprendente di questa tecnologia è che si possono creare prodotti su misura in massa. Praticamente non c'è economia di scala. Si possono creare variazioni uniche molto semplicemente. Gli architetti, per esempio, vogliono creare prototipi dei loro edifici. Qui potete vedere un edificio della Free University di Berlino, è stato progettato da Foster and Partners. Non si poteva costruire in altro modo. Anche a mano sarebbe stato molto difficile.
Questo è un componente di un motore. Sviluppato da una ditta chiamata Within Technologies con la 3T RPD. E' molto, molto, molto dettagliato all'interno. La stampa 3D può abbattere le barriere di design che sono un ostacolo per la produzione di massa. Se guardiamo all'interno di questo prodotto che è qui davanti a voi, vediamo molti di canali di raffreddamento che lo attraversano, che lo rendono un prodotto più efficiente. Non lo si potrebbe creare con tecniche standard neanche se lo si facesse a mano. E' più efficiente perché si possono creare tutte queste cavità all'interno che raffreddano i fluidi. L'industria aerospaziale usa la stampa 3D, come quella automobilistica. Componenti più leggeri creano minor spreco di materiale. Le prestazioni e l'efficienza eccedono gli standard della produzione di massa.
Prendendo questa idea di creare strutture molto dettagliate, possiamo applicarla a strutture a nido d'ape da usare negli impianti. Gli impianti, di solito, sono più efficaci nel corpo quanto più sono porosi, perché i nostri tessuti vi crescono all'interno. C'è una minore probabilità di rigetto. Ma è molto difficile produrli con metodi standard. Con la stampa 3D vediamo che oggi possiamo produrre impianti ancora più accurati. E in effetti, visto che possiamo produrre prodotti su misura e singole varianti in quantità, possiamo produrre impianti specifici per singoli individui.
Come potete vedere questa tecnologia e la qualità di quello che esce dalle stampanti sono fantastiche. E cominciamo a vedere i loro usi su prodotti finali. E più i dettagli migliorano, più aumenta la qualità, i prezzi delle stampanti stanno crollando e queste stanno diventando più veloci. E ora sono anche abbastanza piccole da stare su una scrivania. Oggi si può comprare una stampante per 300 dollari, che potete montare da soli, davvero incredibile.
Ma la domanda però nasce spontanea: perché non ne abbiamo una in ogni casa? Semplicemente perché la maggior parte di noi non sa come creare i dati necessari per una stampante 3D. Se vi dessi una stampante 3D non sapreste come darle le istruzioni per stampare quello che volete creare. Ma ci sono sempre più tecnologie, software e processi che stanno abbattendo quelle barriere. Credo che ci troviamo a un punto di svolta tale per cui questo è qualcosa che non possiamo evitare. Questa tecnologia sconvolgerà davvero il panorama della produzione e credo che causerà una rivoluzione nei processi produttivi.
Oggi, quindi, potete scaricare da internet i prodotti, qualunque cosa potreste volere sulla scrivania, penne, fischietti, spremiagrumi. Potete usare programmi come Google SketchUp per creare prodotti dal nulla molto facilmente. La stampa 3D può anche essere usata per scaricare pezzi di ricambio da internet. Immaginate di avere, per esempio, un aspirapolvere in casa che si è rotto. Avete bisogno di un pezzo di ricambio ma scoprite che quel modello non è più in produzione. Riuscita a immaginare di cercare online, e potreste farlo davvero, e trovare quel pezzo di ricambio in un database di forme di oggetti fuori produzione? E scaricare quelle informazioni, quei file, per poi costruire l'oggetto a casa vostra, pronto all'uso, on demand? In effetti, dato che possiamo creare pezzi di ricambio, queste macchine si stanno in pratica costruendo da sole. Qui ci sono macchine che fabbricano se stesse. Questi sono pezzi di una macchina RepRap, una specie di stampante da scrivania.
Ma quello che interessa di più alla mia compagnia è il fatto che potete creare prodotti unici in massa. Non c'è bisogno di crearne migliaia di milioni e spedirli in Cina perché siano pressofusi. Potete farlo fisicamente sul posto. Questo vuol dire che possiamo presentare al pubblico la prossima generazione della personalizzazione. Questo è qualcosa di già possibile oggi. Potete decidere di persona l'aspetto che avranno i vostri acquisti.
Siamo tutti abituati all'idea di customizzazione e personalizzazione. Grandi marchi come Nike lo fanno. Internet ne è piena. In effetti ogni grande marchio famoso vi permette di interagire con i propri prodotti ogni giorno, dalle auto Smart a Prada ai Ray Ban, per esempio. Ma questa non è vera customizzazione di massa; è conosciuta come variante di prodotto, variazioni dello stesso prodotto. Ciò che si può fare adesso è influenzare il prodotto e modificarne la forma.
Non so voi, ma ci sono state occasioni in cui sono entrata in un negozio sapendo esattamente cosa volevo e ho cercato dappertutto la lampada perfetta che sapevo dove avrei messo in casa, ma non riuscivo a trovare quella giusta, oppure il gioiello perfetto per me o per fare un regalo. Immaginate ora di poter comunicare con il marchio e interagire per trasferire i vostri desideri al prodotto che stiamo per comprare.
Oggi potete scaricare un prodotto con un software come questo e vedere il prodotto in 3D. Questo è il tipo di dati 3D che la stampante può leggere. Questa è una lampada. E potete cominciare a modificarne il design. Potete decidere di che colore sarà, e magari scegliere il materiale. Potete anche provare a modificare la forma del prodotto, all'interno di limiti sicuri. Ovviamente il pubblico non è composto di designer professionisti. Questo software manterrà ogni individuo all'interno dei confini del possibile. E quando si è pronti a comprare l'oggetto con il design personalizzato cliccando su "Enter" questi dati vengono convertiti in dati che una stampante 3D può leggere e poi passati a una stampante 3D, magari sulla scrivania di qualcuno.
Non penso che questo sarà immediato. Non credo che succederà a breve. E' più probabile, e lo stiamo vedendo già oggi, che i dati vengano mandati ad un centro di produzione locale. Vuol anche dire minori emissioni inquinanti. Invece di spedire un prodotto da un capo all'altro del mondo ora trasferiamo dei file via internet. Ecco il prodotto mentre viene costruito. Ecco, qui è uscito dalla stampante in un unico pezzo e la parte elettrica è stata inserita dopo. E' la lampada che potete vedere qui. Quindi se avete i dati potete creare l'oggetto su richiesta.
Non è necessario usare questa tecnologia per personalizzazioni estetiche, si può usare per customizzazioni funzionali, scannerizzando parti del corpo e creando protesi su misura. Possiamo prestare questa tecnologia alla costruzione di protesi, un campo molto specializzato secondo gli handicap di ognuno. Possiamo creare protesi molto specifiche per ogni individuo. Parlando di denti, oggi potreste farvi scannerizzare i denti e avere capsule su misura costruite così. Mentre aspettate il dentista, una macchina costruirà silenziosamente le capsule pronte a essere inserite.
Parlando della creazione di impianti, i dati ottenuti da una risonanza magnetica possono essere convertiti in dati 3D e usati per creare impianti su misura. Oppure pensiamo all'idea di costruire quello che è all'interno dei nostri corpi. Vedete, questi sono due polmoni e l'albero bronchiale. E' molto intricato. Non potreste crearlo o simularlo in altro modo. Ma con i dati della risonanza possiamo costruirlo, in tutta la sua complessità, come vedete. Usando questo processo i pionieri di questo campo stanno allineando cellule. Uno di questi pionieri, per esempio, è il dottor Anthony Atala, che sta studiando il modo di allineare cellule per creare parti del corpo come vesciche, valvole, reni. Ora, tutto questo non è ancora pronto per il pubblico, ma è un lavoro in corso.
Per concludere, siamo tutti individui. Abbiamo tutti preferenze e necessità diverse. Ci piacciono cose diverse. Le nostre misure sono diverse così come le nostre aziende. Le aziende vogliono cose diverse. Non ho alcun dubbio che questa tecnologia causerà una rivoluzione nei metodi produttivi e cambierà il panorama della produzione per come la conosciamo.
Grazie.
(Applausi)Trovi tutti i link ai post "TED Talks" già pubblicati qui sotto :
1° Elizabeth Gilbert sul genio
2° Il Cervello in tempo reale: C.deCharms
3° Al Gore sulle recenti modificazioni climatiche
4° Matthieu Ricard e l'abitudine alla felicità
5° Hans Rosling: I dati cambiano la Mentalità
6° Rebecca Saxe: Come si forma il giudizio morale
7° Jill Bolte Taylor: Racconto di un Ictus in diretta
8° Pranav Mistry: Nuove Tecnologie Sesto-Senso
9° Ramachandran: I Neuroni plasmano la Civiltà
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32° Amber Case: Siamo diventati tutti dei Cyborg
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38° M.Jakubowski progetta Macchine open source
39° H.Fineberg: Siamo pronti per la Neo-evoluzione?
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70° Sherry Turkle: Siamo tutti Connessi ma Soli ?
71° Lisa Harouni: Un'introduzione alla Stampa 3D
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In questa interessante video-presentazione tenuta durante un recente TED, la scrittice, psicologa e sociologa Sherry Turkle ci presenta alcune inconfessabili verità riguardo l'attuale tendenza delle relazioni sociali.
Mentre ci aspettiamo sempre di più dalla tecnologia, ci aspettiamo meno dal nostro prossimo ?
Sherry Turkle studia da anni come i nostri dispositivi elettronici e i nostri profili online stiano ridefinendo le connessioni umane e la comunicazione, e ci chiede di riflettere approfonditamente sui nuovi tipi di connessione che vorremmo avere. 
TED Talks - Sherry Turkle: Siamo tutti Connessi ma Soli ?
(
con sottotitoli in Italiano )
Trascrizione integrale del testo :
Un attimo fa, mia figlia Rebecca mi ha mandato un sms di buona fortuna. Il messaggio diceva: "Mamma, andrai alla grande." È meraviglioso. Ricevere quel messaggio è stato come ricevere un abbraccio. Allora, ecco. Io impersono il paradosso di fondo. Sono una donna che adora ricevere messaggi, e che vi dirà che troppi possono essere un problema.
In realtà quel promemoria di mia figlia mi riporta agli inizi della mia storia. Nel 1996, quando ho tenuto il mio primo TEDTalk, Rebecca aveva cinque anni ed era seduta proprio lì in prima fila. Io avevo appena scritto un libro che celebrava la nostra vita su internet e stavo per apparire sulla copertina di Wired. In quei primi anni, stavamo sperimentando le chat room e le comunità virtuali online. Stavamo esplorando diversi aspetti di noi stessi. E poi abbiamo staccato. Ero emozionata. Da psicologa, quello che più mi emozionava era l'idea di usare ciò che avevamo imparato nel mondo virtuale su noi stessi, sulla nostra identità, per vivere una vita migliore nel mondo reale.
Ora andiamo avanti veloce al 2012. Sono di nuovo sul palco di TED. Mia figlia ha 20 anni. È una studentessa universitaria. Dorme con il cellulare, come me. Io ho appena scritto un nuovo libro ma questa volta non è il genere che mi porterà sulla copertina di Wired. Allora cos'è successo? La tecnologia mi emoziona ancora, ma credo, e sono qui per dimostrarvelo, che stiamo lasciando che ci porti dove non vogliamo andare.
Negli ultimi 15 anni ho studiato tecnologie di comunicazione mobile e ho intervistato centinaia e centinaia di persone, giovani e anziane, sulla loro vita in connessione. Quello che ho scoperto è che i nostri piccoli dispositivi, i piccoli apparecchi nelle nostre tasche, psicologicamente sono tanto potenti da cambiare non solo quello che facciamo, ma quello che siamo. Alcune delle cose che sappiamo sui nostri apparecchi sono cose che, solo qualche anno fa, avremmo trovato strane o inquietanti, eppure sono diventate rapidamente familiari, perché ora si fa così.
Per fare solo qualche esempio: la gente manda messaggi o email durante le riunioni dei consigli di amministrazione. Manda messaggi, fa shopping e va su Facebook in classe, durante le presentazioni, durante ogni tipo di riunione. La gente parla di questa nuova importante abilità, ossia mantenere il contatto visivo mentre si inviano messaggi. (Risate) La gente mi spiega che è difficile, ma che si può fare. I genitori mandano messaggi e email a colazione e a cena mentre i figli si lamentano di non avere abbastanza attenzione da parte loro. Ma poi questi stessi figli si negano a vicenda la stessa attenzione. Questo è uno scatto recente di mia figlia e delle sue amiche, insieme, anche se non sono insieme. Mandiamo messaggi persino ai funerali. lo studio tutto ciò. Ci estraniamo dal nostro dolore o dal fantasticare e ci tuffiamo nei nostri telefoni.
Perché questo ha importanza? Per me ha importanza perché credo che ci stiamo mettendo nei guai -- guai, certamente, nei rapporti con gli altri, ma anche guai nel rapporto con noi stessi e la nostra capacità di auto-riflessione. Ci stiamo abituando a un nuovo modo di essere soli, insieme. La gente vuole stare con gli altri, ma vuole anche essere altrove -- connessa con tutti i luoghi in cui vuole essere presente. La gente vuole personalizzare la propria vita. Vuole entrare e uscire da dove si trova perché la cosa che ha più importanza è il controllo su dove concentrare l'attenzione. Quindi volete andare a quella riunione, ma volete ascoltare solo i momenti che vi interessano. E qualcuno pensa che sia una bella cosa. Ma si finisce per nascondersi da l'un l'altro, anche se siamo costantemente connessi.
Un uomo d'affari di 50 anni si è lamentato con me perché sentiva di non avere più colleghi al lavoro. Quando va al lavoro, non si ferma a parlare con nessuno, non chiama. E dice che non vuole interrompere i colleghi perché "sono troppo impegnati con le loro email." Ma poi si ferma e dice: "Sa, non le sto dicendo la verità. Sono io quello che non vuole essere interrotto. Dovrei desiderare un'interazione, ma in realtà preferirei fare un po' di cose sul Blackberrry."
In tutte le generazioni, vedo che la gente non ne ha mai abbastanza degli altri, se, e solo se, può rimanere a distanza, una distanza che può controllare. Io lo chiamo effetto Riccioli d'Oro: non troppo vicino, non troppo lontano, la distanza giusta. Ma la distanza giusta per quei dirigenti di mezza età può essere un problema per gli adolescenti che hanno bisogno di sviluppare relazioni faccia a faccia. Un ragazzo di 18 anni con l'abitudine di messaggiare per qualunque cosa mi dice malinconicamente: "Un giorno, un giorno, ma certamente non ora, vorrei imparare come si fa una conversazione."
Quando chiedo alla gente: "Cos'ha di sbagliato fare una conversazione?" la gente dice: "Ora le dico cosa c'è di sbagliato in una conversazione. È in tempo reale e non puoi controllare quello che verrà detto." Ecco il succo. Messaggiare, mandare email, postare, tutte queste cose ci consentono di presentarci come vogliamo essere. Possiamo modificare, e ciò significa che possiamo cancellare, e significa che possiamo ritoccare, il viso, la voce, la carne, il corpo -- non troppo, non troppo poco, al punto giusto.
Le relazioni umane sono ricche e complesse e sono impegnative. Noi le ripuliamo con la tecnologia. E facendolo, quello che può succedere è che sacrifichiamo la conversazione a favore della pura connessione. Imbrogliamo noi stessi. E con il tempo, sembra che ce lo dimentichiamo o che smettiamo di preoccuparcene.
Sono stata colta di sorpresa quando Stephen Colbert mi ha fatto una domanda profonda, una domanda profonda. Mi ha detto: "Tutti questi tweet, tutti questi sorsi di comunicazione online, non formano una grande sorsata di conversazione reale?" La mia risposta è stata: no, non si sommano. Connettersi a piccoli sorsi può funzionare per raccogliere pezzetti di informazioni, può funzionare per dire: "Ti sto pensando," o anche per dire "Ti amo,". Guardate come mi sono sentita quando ho ricevuto il messaggio di mia figlia; ma non funzionano veramente per conoscerci tra di noi, per arrivare a conoscerci e capirci l'un l'altro. Noi utilizziamo le conversazioni con gli altri per imparare a conversare con noi stessi. Quindi, trascurare la conversazione può essere pericoloso perché può compromettere la nostra capacità di auto-riflessione. Nei ragazzi che crescono, quella capacità è fondamentale per lo sviluppo.
Sempre più spesso sento: "Preferisco messaggiare che parlare." E quello che vedo è che la gente si abitua a brevi scambi rispetto alla vera conversazione, si abitua ad accontentarsi di meno, ed è sempre più intenzionata a fare a meno degli altri. Quindi per esempio, molti condividono con me questo desiderio, che un giorno una versione più avanzata di Siri, l'assistente digitale dell'iPhone di Apple, possa somigliare più a un migliore amico, a qualcuno che ascolta quando gli altri non lo fanno. Credo che quel desiderio rifletta una dolorosa verità che ho imparato negli ultimi 15 anni. La sensazione che nessuno mi sta ascoltando è cruciale nelle nostre relazioni con la tecnologia. Ecco perché è così invitante avere una pagina su Facebook o un feed di Twitter -- così tante persone ad ascoltare in automatico. E la sensazione che nessuno ci stia ascoltando ci porta a voler trascorrere il tempo con macchine che sembrano interessarsi a noi.
Stiamo sviluppando dei robot, che chiamano robot socievoli, progettati specificamente per essere dei compagni -- per i più anziani, per i nostri figli, per noi. Abbiamo perso a tal punto la fiducia nella possibilità di esserci l'uno per l'altro? Durante la mia ricerca ho lavorato nelle case di riposo, e ho utilizzato questi robot socievoli progettati per dare agli anziani la sensazione di essere compresi. Un giorno sono entrata e una donna che aveva perso un figlio stava parlando con un robot sotto forma di cucciolo di foca. Sembrava che la stesse guardando negli occhi. Sembrava che stesse seguendo la conversazione. La confortava. Molti lo trovano fantastico.
Ma quella donna stava cercando di dare un senso alla propria vita con una macchina che non aveva alcuna esperienza di vita umana. Quel robot ha dato uno spettacolo fantastico. E noi siamo vulnerabili. La gente percepisce questa falsa empatia come se fosse una cosa reale. In quel momento, mentre quella donna stava sperimentando quella finta empatia, ho pensato: "Quel robot non prova empatia. Non sperimenta la morte. Non sa cosa sia la vita."
E mentre quella donna traeva conforto da suo compagno robot, io non l'ho trovato fantastico; l'ho trovato uno dei momenti più complicati e lancinanti dei miei 15 anni di lavoro. Ma facendo un passo indietro, mi sono sentita nel cuore di una tempesta perfetta. Ci aspettiamo sempre di più dalla tecnologia e sempre meno da l'uno dall'altro. Allora io mi chiedo: "Come siamo arrivati a questo punto?"
E credo sia perché la tecnologia ci attrae di più quando siamo più vulnerabili. E siamo vulnerabili. Siamo soli, ma abbiamo paura dell'intimità. E quindi dai social network ai robot socievoli, progettiamo tecnologie che ci daranno l'illusione di una compagnia senza bisogno di amicizia. Ci rivolgiamo alla tecnologia perché ci aiuti a sentirci connessi in modi che possiamo agevolmente controllare. Ma non ci sentiamo a nostro agio. Non abbiamo il controllo assoluto.
Di questi tempi, quei telefoni nelle nostre tasche stanno cambiando le nostre menti e i nostri cuori perché ci offrono queste fantasie gratificanti. Uno, che possiamo rivolgere l'attenzione dovunque vogliamo; due, che saremo sempre ascoltati; e tre, che non dovremo più essere soli. E questa terza idea, che non dovremo mai essere soli, è cruciale nel cambiamento della nostra mentalità. Perché nel momento in cui le persone sono sole, anche solo per qualche secondo, diventano ansiose, irrequiete, si fanno prendere dal panico, vanno in cerca di un dispositivo. Pensate alla persone in fila alla cassa o a un semaforo rosso. Essere soli è percepito come un problema che va risolto. E così si cerca di risolverlo con la connessione. Ma qui, la connessione è più un sintomo che una cura. Esprime, ma non risolve, un problema di fondo. E ancora più che un sintomo, la connessione costante sta cambiando il modo in cui la gente pensa a se stessa. Sta dando forma a un nuovo modo di essere.
Il miglior modo di descriverlo è: condivido quindi sono. Usiamo la tecnologia per definire noi stessi condividendo i nostri pensieri e le nostre sensazioni persino quando le stiamo provando. Quindi, se prima era: ho una sensazione, voglio fare una chiamata. Ora è: voglio avere questa sensazione, devo mandare un messaggio. Il problema di questo nuovo regime di "Condivido quindi sono" è che, se non abbiamo una connessione, non ci sentiamo noi stessi. Quasi non sentiamo più noi stessi. E allora cosa facciamo? Ci connettiamo sempre di più. Ma nel farlo costruiamo il nostro isolamento.
Come passiamo dalla connessione all'isolamento? Si finisce isolati se non si coltiva la capacità di essere soli, la capacità di essere separati, di raccogliersi. E' nella solitudine che troviamo noi stessi, così da poter arrivare agli altri e creare un reale attaccamento. Quando non siamo capaci di restare soli, ci rivolgiamo agli altri per sentirci meno ansiosi o per sentirci vivi. Ma quando questo succede, noi non siamo in grado di apprezzarli. È come se li usassimo come parti di ricambio per sostenere il fragile senso del nostro sé. Ci culliamo nel pensiero che essere sempre connessi ci farà sentire meno soli. Ma siamo a rischio, perché la realtà è l'esatto opposto. Se non siamo in grado di stare soli, saremo ancora più soli. Se non insegniamo ai nostri figli a essere soli, non conosceranno altro che la solitudine.
Quando parlai a TED nel 1996, esponendo i miei studi sulle prime comunità virtuali, dissi: "Coloro che trascorrono la maggior parte della propria vita sullo schermo ci arrivano con uno spirito di auto-riflessione." Ed è quello che sto chiedendo ora: riflessione e, qualcosa di più, una conversazione su dove l'uso attuale della tecnologia, ci potrebbe portare, quello che ci potrebbe costare. La tecnologia ci divora. Abbiamo paura, come i giovani amanti, che parlare troppo possa rovinare l'atmosfera. Ma è il momento di parlare. Siamo cresciuti con la tecnologia digitale e quindi la vediamo matura. Ma non lo è. È agli albori. Abbiamo ancora tempo per riconsiderare il modo in cui la usiamo, come la costruiamo. Non sto suggerendo di abbandonare i nostri apparecchi, ma di sviluppare una relazione più consapevole con loro, con gli altri e con noi stessi.
Vedo i primi passi. Cominciate a pensare alla solitudine in modo positivo. Fatele spazio. Trovate modi per dimostrare ai vostri figli che è un valore. Create uno spazio dedicato in casa, la cucina, la sala da pranzo, e riservatelo alla conversazione. Fate lo stesso al lavoro. Al lavoro siamo talmente impegnati a comunicare che spesso non abbiamo tempo di pensare, non abbiamo tempo di parlare delle cose veramente importanti. Cambiate le cose. Ancora più importante, abbiamo tutti bisogno di ascoltarci l'un l'altro, comprese le parti noiose. Perché è quando inciampiamo o esitiamo o ci mancano le parole che riveliamo noi stessi agli altri.
La tecnologia sta tentando di ridefinire la connessione umana -- quanto ci interessiamo l'uno dell'altro, quanto ci interessiamo di noi stessi -- ma ci dà anche la possibilità di affermare i nostri valori e la nostra direzione. Sono ottimista. Abbiamo tutto ciò che ci serve per cominciare Abbiamo l'un l'altro. E abbiamo grandi possibilità di successo se riconosciamo la nostra vulnerabilità. Ascoltiamo quando la tecnologia dice che ci vorrà qualcosa di complicato e promette qualcosa di più semplice.
Nel mio lavoro, sento che la vita è dura, le relazioni sono piene di rischi. E poi c'è la tecnologia -- più semplice, promettente, ottimista, sempre giovane. È come chiamare i rinforzi. Una campagna pubblicitaria promette che online e con gli avatar, potrete "Finalmente, amare i vostri amici amare il vostro corpo, amare la vostra vita, online e con gli avatar." Siamo attratti da un'atmosfera virtuale, dai videogiochi che sembrano mondi, dall'idea che i robot, i robot, saranno un giorno i nostri veri compagni. Trascorriamo la serata sui social network invece di andare al bar con gli amici.
Ma le nostre fantasie di sostituzione ci costano. Ora dobbiamo tutti concentrarci sui molti modi in cui la tecnologia può riportarci alle nostre vere vite, ai nostri corpi, alle nostre comunità, alla nostra politica, al nostro pianeta. Hanno bisogno di noi. Parliamo di come possiamo usare la tecnologia digitale, la tecnologia dei nostri sogni, per fare di questa vita la vita che amiamo.
Grazie.
(Applausi)Trovi tutti i link ai post "TED Talks" già pubblicati qui sotto :
1° Elizabeth Gilbert sul genio
2° Il Cervello in tempo reale: C.deCharms
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4° Matthieu Ricard e l'abitudine alla felicità
5° Hans Rosling: I dati cambiano la Mentalità
6° Rebecca Saxe: Come si forma il giudizio morale
7° Jill Bolte Taylor: Racconto di un Ictus in diretta
8° Pranav Mistry: Nuove Tecnologie Sesto-Senso
9° Ramachandran: I Neuroni plasmano la Civiltà
10° Hans Rosling: Ascesa Asiatica come e quando
11° Rob Hopkins: Verso un Mondo senza Petrolio
12° Jamie Oliver: Educazione al Cibo per i Bambini
13° Bertrand Piccard: Avventura a Energia Solare
14° Dan Barber: Mi sono innamorato di un pesce
15° Aimee Mullins: L'opportunità delle avversità
16° Dan Buettner: Come vivere fino a 100 anni
17° Eric Topol: Il futuro senza fili della Medicina
18° James Randi demolisce le Frodi Paranormali
19° Richard Sears: Pianificare la fine del petrolio
20° Si può "affamare" il cancro con la dieta ?
21° Helen Fisher: Perché amiamo e tradiamo
22° Tan Le: Cuffia per leggere le onde cerebrali
23° J.Assange: Il mondo ha bisogno di Wikileaks
24° Hans Rosling: Cresce la popolazione globale
25° Derek Sivers: Tenetevi per voi i vostri obiettivi
26° C. Anderson: I Video stimolano l'Innovazione
27° Stefano Mancuso: L'intelligenza delle piante
28° Steven Johnson: Da dove provengono le Idee
29° Brian Skerry: Splendore e Orrore degli Oceani
30° Kristina Gjerde: Leggi Acque Internazionali
31° Marcel Dicke: Mangiare insetti: perché no ?
32° Amber Case: Siamo diventati tutti dei Cyborg
33° Hanna Rosin: I dati sull'ascesa delle Donne
34° N. Hertz: Quando non dare ascolto agli esperti
35° Patricia Kuhl: il Genio linguistico dei Bambini
36° Hans Rosling: Lavatrice magica e rivoluzione
37° Cynthia Breazeal: Arrivano i Personal Robot
38° M.Jakubowski progetta Macchine open source
39° H.Fineberg: Siamo pronti per la Neo-evoluzione?
40° Eli Pariser: Attenti alle " Gabbie di Filtri " in rete
41° Stephen Wolfram: Calcolare la teoria del tutto
42° Hong: Automobili per conducenti non vedenti
43° Alice Dreger: Il destino è scritto nell'anatomia
44° D.Kraft: Il futuro della Medicina é nelle App
45° C.Seaman: Fantastiche Foto dei Ghiacci Polari
46° Dave deBronkart: Vi presento l'e-Patient Dave
47° Fischer: Un Robot che vola come un Uccello
48° Julian Treasure: 5 modi per ascoltare meglio
49° M.Pagel: Le Lingue hanno cambiato l'Umanità
50° Huang: La democrazia soffoca la crescita economica ?
51° Bruce Schneier: Il miraggio della Sicurezza
52° Resnick: Benvenuti alla rivoluzione genomica
53° Pamela Meyer: Come smascherare i bugiardi
54° Anna Mracek: Un aereoplano che puoi guidare
55° Christoph McDougall: Siamo nati per correre ?
56° Yves Rossy: In volo con Jetman
57° Daniel Wolpert: La vera ragione del Cervello
58° Plait: Come proteggere la Terra dagli asteroidi
59° Y.Medan: Chirurgia a Ultrasuoni senza Bisturi
60° Britta Riley: Un Orto nel mio Appartamento
61° Antonio Damasio: Comprendere la Coscienza
62° Clay Shirky: Perché SOPA è una cattiva Idea
63° Mikko Hypponen: 3 tipi di Attacchi Informatici
64° Peter van Uhm: Perché ho scelto un fucile
65° Shawn Achor: Il segreto per lavorare meglio
66° Kevin Allocca: Perché i Video diventano Virali
67° Vijay Kumar: Robot che Volano e Cooperano
68° Susan Cain: Il potere degli introversi
69° Paul Snelgrove: Un Censimento dell'Oceano
70° Sherry Turkle: Siamo tutti Connessi ma Soli ?
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In una cultura dove l'essere socievoli ed estroversi sono qualità altamente apprezzate, può essere difficile, persino vergognoso, essere introversi. 
Ma, come sostiene Susan Cain in questa interessante e appassionata video-presentazione tenuta presso il recente TED 2012, gli introversi possiedono talento e capacità straordinarie per il mondo, e dovrebbero essere incoraggiati e celebrati.
TED Talks - Susan Cain: Il potere degli introversi
(
con sottotitoli in Italiano )
Trascrizione integrale del testo :
Quando avevo nove anni sono partita per il campo estivo per la prima volta. E mia madre mi ha fatto una valigia piena di libri, e a me sembrava una cosa perfettamente naturale. Perché nella mia famiglia, leggere era un'attività fondamentale. E questo potrebbe sembrarvi antisociale, ma per noi era veramente un modo diverso di essere socievoli. C'è tutto il calore della famiglia accanto a voi, ma si è anche liberi di girovagare nel mondo avventuroso della propria mente. E avevo questa idea che il campo sarebbe stato proprio così, anzi migliore. (Risate) Mi dipingevo 10 ragazze comodamente sedute in una cabina a leggere libri, in camicia da notte.
(Risate)
Ma il campo era più che altro una megafesta senza alcool. E il primo giorno la nostra capogruppo ci riunì e ci insegnò un grido di battaglia che avremmo fatto ogni giorno fino alla fine dell'estate per infondere lo spirito del campo. E faceva così: "K-I-A-S-S-O, è così che si scrive kiasso. Kiasso, kiasso, facciamo kiasso." Già! Non riuscivo proprio a capire perché dovevamo fare tanto chiasso, o perché dovevamo scriverlo in modo sbagliato. (Risate) Ma recitai il grido. Recitai il grido insieme a tutti gli altri. Feci del mio meglio. E aspettavo solo il momento di sparire e andare a leggere i miei libri.
Ma la prima volta che tirai fuori il mio libro dalla valigia, la ragazza più popolare del campo venne da me e mi chiese, "Perché sei così tranquilla?" -- tranquilla, ovviamente era l'esatto opposto di K-I-A-S-S-O. E poi la seconda volta che ci provai, la capogruppo venne da me con la faccia preoccupata ribadendo la questione dello spirito del campo e mi disse che dovevamo tutti lavorare sodo per essere socievoli.
Quindi rimisi i miei libri in valigia e li misi sotto il letto, e lì rimasero fino alla fine dell'estate. E mi sentii in colpa. Sentivo come se i libri avessero bisogno di me, come se mi stessero chiamando mentre io li abbandonavo. Ma li abbandonai e non riaprii più quella valigia fino al mio rientro a casa dalla mia famiglia a fine estate.
Vi racconto questa storia del campo estivo. Avrei potuto raccontarvene altre 50 come questa -- di tutte le volte che ricevevo il messaggio che in qualche modo il mio essere calma e introversa non era necessariamente il modo giusto di fare, che avrei dovuto sembrare una persona un po' più estroversa. E ho sempre sentito dentro di me che era sbagliato e che gli introversi erano invece eccezionali così come sono. Ma per anni ho negato questa intuizione, e, tra l'altro, sono diventata avvocato a Wall Street, invece della scrittrice che avrei sempre voluto essere -- in parte perché dovevo provare a me stessa che potevo essere audace e assertiva. E andavo sempre in bar affollati quando in realtà avrei preferito andare tranquillamente a cena da amici. E ho preso queste decisioni di auto-negazione così involontariamente, senza neanche rendermi conto di prenderle.
Molte persone introverse fanno così, e di certo ci perdiamo, ma ci perdono anche i nostri colleghi e le persone che ci circondano. E con il rischio di sembrare pretenziosa, ci perde il mondo intero. Perché quando si tratta di creatività e leadership, è necessario che gli introversi facciano quello che sanno fare meglio. Tra un terzo e metà della popolazione è introversa -- tra un terzo e metà. Vuol dire una persona ogni due o tre tra le vostre conoscenze. Quindi anche se siete estroversi, vi parlo dei vostri colleghi, del vostro partner e dei vostri figli e della persona seduta accanto a voi proprio ora -- tutti loro subiscono questo pregiudizio profondamente radicato e concreto nella nostra società. Lo interiorizziamo tutti molto presto senza neanche avere un linguaggio per quello che facciamo.
Per vedere chiaramente questi pregiudizi dovete capire cosa significa essere introversi. È diverso dall'essere timidi. La timidezza è la paura del giudizio sociale. Essere introversi ha più a che vedere con come si risponde agli stimoli, compresi gli stimoli sociali. Gli estroversi hanno un disperato bisogno di stimoli, mentre gli introversi si sentono molto più vivi e più attivi e più capaci quando sono in ambienti più tranquilli e informali. Non sempre -- non sono concetti assoluti -- ma quasi sempre. Quindi la chiave per massimizzare il nostro talento è per noi tutti metterci nella corretta zona di stimolo.
Ed è qui che si inseriscono i pregiudizi. Le nostre istituzioni più importanti, le nostre scuole e i luoghi di lavoro, sono progettati soprattutto per gli estroversi e per le elevate esigenze di stimolo degli estroversi. E oggi abbiamo anche questo sistema di convinzioni che io chiamo il nuovo pensiero di gruppo, per il quale creatività e produttività nascono da un ambiente insolitamente molto socievole.
Immaginatevi la tipica classe di oggi. Quando andavo a scuola io, eravamo seduti in file. Sedevamo in file di banchi così, e lavoravamo in maniera abbastanza autonoma. Ma oggi, la tipica classe ha dei gruppi di banchi -- quattro o cinque o sei o sette ragazzi, gli uni di fronte agli altri. E i ragazzi lavorano su innumerevoli compiti di gruppo. Anche su materie come la matematica e la scrittura creativa, che potreste pensare dipendano da riflessioni individuali, ai ragazzi oggi si chiede di lavorare come membri di un gruppo. E i ragazzi che preferiscono isolarsi o lavorare da soli, spesso vengono visti come casi particolari o, peggio, come casi problematici. E la grande maggioranza dei professori dichiarano di credere che lo studente ideale sia estroverso piuttosto che introverso, anche se secondo alcune ricerche gli introversi hanno voti migliori, e sanno più cose. (Risate)
Ok, lo stesso vale per i luoghi di lavoro. Molti di noi lavorano in uffici open space, senza muri, dove siamo soggetti a rumori e sguardi continui dei nostri colleghi. E quando si tratta di leadership, gli introversi vengono regolarmente scartati per le posizioni di leadership, anche se gli introversi sono tendenzialmente più attenti, molto meno propensi a prendere rischi sconsiderati -- cosa che dovremmo tutti favorire oggigiorno. Un'interessante ricerca di Adam Grant alla Wharton School ha scoperto che i leader introversi danno spesso risultati migliori degli estroversi, perché quando gestiscono impiegati proattivi, sono molto più propensi a lasciarli seguire le loro idee, laddove gli estroversi possono, involontariamente, entusiasmarsi tanto fino ad appropriarsi delle cose impedendo alle idee degli altri di emergere facilmente in superficie.
Di fatto, alcuni dei nostri leader storici più rivoluzionari erano introversi. Vi faccio qualche esempio. Eleanor Roosevelt, Rosa Parks, Gandhi -- tutte queste persone si descrivevano come persone tranquille e pacate, perfino timide. Ed erano tutte sotto i riflettori, nonostante ogni cellula del corpo dicesse loro di non farlo. E ciò significa che uno ha un potere tutto suo, speciale, perché la gente sentiva che questi leader erano al timone, non perché a loro piacesse controllare gli altri o per il piacere di essere in primo piano; erano lì perché non avevano scelta, perché erano spinti a fare quello che pensavano fosse giusto.
A questo punto credo sia importante dire che adoro gli estroversi. Mi piace sempre dire che alcuni dei miei migliori amici sono estroversi, compreso il mio amato marito. E naturalmente ci troviamo tutti in punti diversi della scala introverso/estroverso. Anche Carl Jung, lo psicologo che per primo ha reso popolari questi termini, ha detto che il puro introverso o il puro estroverso non esistono, e che una persona così starebbe in un manicomio per lunatici, se esistesse. Alcuni stanno proprio nel mezzo della scala introverso/estroverso, e sono le persone ambiverse. E penso spesso che hanno il meglio di entrambi i mondi. Molti di noi si riconoscono però in un tipo o nell'altro.
Voglio dire che culturalmente abbiamo bisogno di maggior equilibrio. Abbiamo bisogno di un po' più di yin e di yang tra questi due tipi. Ciò è particolarmente importante quando si tratta di creatività e produttività, perché quando gli psicologi osservano le vite delle persone creative, scoprono che sono persone bravissime nello scambio di idee e nel fare avanzare le idee, ma che hanno anche una buona dose di introversione.
E questo perché la solitudine è spesso un ingrediente fondamentale per la creatività. Darwin, faceva lunghe passeggiate nei boschi e declinava categoricamente gli inviti a cena. Theodor Geisel, meglio noto come Dr. Seuss, ha sognato molte delle sue meravigliose creazioni nel suo ufficio solitario in un campanile sul retro della sua casa a La Jolla in California. Ma in realtà aveva paura di incontrare i bambini che leggevano i suoi libri per paura che si aspettassero un allegro personaggio come Babbo Natale e rimanessero delusi del suo essere più riservato. Steve Wozniak ha inventato il primo computer Apple da solo seduto in un angolo alla Hewlett-Packard dove lavorava all'epoca. E dice che non sarebbe mai diventato un esperto se non fosse stato abbastanza introverso da andare via di casa quando stava crescendo.
Certo, questo non significa che dovremmo tutti smettere di collaborare -- prova ne è che Steve Wozniak si è messo insieme a Steve Jobs per fondare la Apple Computer -- ma significa che la solitudine è importante e che per alcune persone è l'aria che respirano. E di fatto, sappiamo da secoli dell'eccezionale potere della solitudine. È solo di recente che abbiamo cominciato a dimenticarlo. Se ci pensate, la maggior parte delle religioni del mondo ha dei cercatori -- Mosè, Gesù, Buddha, Maometto -- cercatori che vanno per conto loro soli nel deserto, là dove hanno apparizioni e profonde rivelazioni che poi riportano al resto della comunità. Dimenticate deserto e rivelazioni.
Non c'è da sorprendersi però se date un'occhiata alle idee della psicologia contemporanea. Pare che non sia neanche possibile stare in un gruppo senza imitare istintivamente le opinioni degli altri. Anche per cose apparentemente personali e viscerali come da chi siamo attratti, comincerete a scimmiottare le opinioni di chi vi circonda senza neanche rendervene conto.
Ed è noto che i gruppi seguono le opinioni della persona più carismatica e dominante, senza che vi sia la minima correlazione tra l'essere il miglior oratore e avere le idee migliori -- assolutamente nessuna. Quindi... (Risate) Potreste seguire la persona con le migliori idee, o potete non farlo. Ma volete veramente lasciare decidere al caso? È molto meglio per tutti che ciascuno vada per conto suo, produca le proprie idee libero dalle distorsioni delle dinamiche di gruppo, per poi unirsi in gruppo per discutere in un ambiente ben gestito e partire da lì.
Se tutto questo è vero, allora perché ci sbagliamo? Perché organizziamo le nostre scuole e i luoghi di lavoro in questo modo? Perché facciamo sentire gli introversi così colpevoli nel volersi isolare ogni tanto? Una risposta ha radici nella nostra cultura. Le società occidentali, gli Stati Uniti in particolare, hanno sempre favorito l'uomo d'azione rispetto all'uomo contemplativo e dico "uomo" contemplativo. Ma nell'America dei primi tempi, vivevamo in quello che gli storici chiamano una cultura di carattere, dove, all'epoca si valorizzavano ancora le persone per la loro vita interiore e per la rettitudine morale. E se guardate i manuali di auto-aiuto dell'epoca, avevano titoli come "Il carattere, la cosa più grande del mondo". E presentavano modelli come Abraham Lincoln che veniva elogiato per essere modesto e senza pretese. Ralph Waldo Emerson lo ha chiamato "Un uomo che non offende per superiorità".
Ma poi arrivando al 20° secolo siamo entrati in una nuova cultura che gli storici chiamano la cultura della personalità. Quello che è successo è che siamo passati da un'economia agricola a un mondo di grandi imprese. E improvvisamente la gente si sposta dalle piccole alle grandi città. E invece di lavorare con persone che conoscono da tutta la vita, si devono mettere alla prova in una folla di sconosciuti. E così, comprensibilmente, qualità come il magnetismo e il carisma improvvisamente diventano molto importanti. E infatti, i libri di auto-aiuto cambiano per rispondere a questi nuovi bisogni e cominciano ad avere titoli del tipo "Come farsi degli amici e influenzare le persone". E presentano come modelli di ruolo i grandi venditori. Questo è il mondo in cui viviamo oggi. Questa è la nostra eredità culturale.
Niente di tutto questo ci dice che le qualità sociali non siano importanti, e non chiedo certo l'abolizione del lavoro di gruppo. Le stesse religioni che mandano i loro saggi in cima alle montagne ci insegnano anche l'amore e la fiducia. E i problemi che fronteggiamo oggi in campi come la scienza e l'economia sono così ampi e complessi che ci vorranno eserciti di persone riunite per risolverli lavorando insieme. Ma dico che più libertà diamo agli introversi di essere se stessi, e più probabilità hanno di scoprire da soli la loro soluzione unica a questi problemi.
Vorrei condividere con voi il contenuto della mia valigia. Indovinate un po'? Libri. Ho una valigia piena di libri. Ecco "Occhio di gatto" di Margaret Atwood. Ecco un romanzo di Milan Kundera. Ed ecco "La guida dei perplessi" di Mosè Maimonide. Ma non sono veramente i miei libri. Li ho portati con me perché sono stati scritti dagli autori preferiti di mio nonno.
Mio nonno era rabbino ed era un vedovo che viveva solo in un piccolo appartamento a Brooklyn che era il posto che preferivo in assoluto quand'ero piccola, in parte perché era pieno della sua garbata e cortese presenza e in parte perché era pieno di libri. Davvero ogni tavolo e ogni sedia del suo appartamento aveva abbandonato la sua funzione originale per fare spazio a traballanti pile di libri. Come il resto della mia famiglia, la cosa che mio nonno preferiva fare in assoluto era leggere.
Ma amava anche la sua congregazione, e si percepiva questo amore nei sermoni che dava ogni settimana nei 62 anni in cui è stato rabbino. Prendeva i frutti delle letture settimanali e intrecciava queste intricate tappezzerie di pensieri antichi e umani. E la gente veniva da ogni dove per sentirlo parlare.
Ma ecco una cosa di mio nonno. Dietro questo ruolo cerimoniale era molto modesto e molto introverso -- così tanto che quando dava questi sermoni, aveva problemi a mantenere il contatto visivo con la stessa congregazione a cui aveva parlato per 62 anni. E anche lontano dal pulpito, quando lo si chiamava per salutarlo, spesso chiudeva prematuramente la conversazione per paura di rubarvi troppo tempo. Quando è morto all'età di 94 anni, la polizia ha dovuto chiudere le strade del quartiere per sistemare la folla di gente venuta a piangere la sua scomparsa. In questi giorni cerco di imparare dall'esempio di mio nonno a modo mio.
Ho appena pubblicato un libro sull'introversione, mi ci sono voluti sette anni per scriverlo. E per me, quei sette anni sono stati un'immensa gioia, perché scrivevo, leggevo, pensavo, facevo ricerche. Era la mia versione delle ore che mio nonno trascorreva solo in biblioteca. Ma ora improvvisamente il mio lavoro è molto diverso, il mio lavoro consiste nel parlarne, parlare dell'introversione. (Risate) E per me è molto più difficile, perché per quanto sia un onore essere qui con tutti voi, non è il mio ambiente naturale.
Quindi mi sono preparata al meglio per momenti come questi. In quest'ultimo anno mi sono esercitata a parlare in pubblico ogni volta che potevo. E lo chiamo il mio "anno del parlare pericolosamente". (Risate) E mi ha aiutato molto. Ma vi dirò, ciò che più aiuta è la mia sensazione, la mia convinzione, la mia speranza che in materia di atteggiamenti nei confronti dell'introversione, della tranquillità e della solitudine, siamo davvero in bilico sull'orlo di un cambiamento radicale. Lo credo veramente. Vi lascerò allora con tre inviti ad agire per coloro che condividono la mia visione.
Numero uno. Fermate la follia dei continui lavori di gruppo. Basta! (Risate) Grazie. (Applausi) E voglio essere chiara su quello che dico, perché credo profondamente che i nostri uffici dovrebbero incoraggiare le interazioni casuali, tipo chiacchierata da bar -- quel tipo in cui la gente si riunisce e scambia idee per puro caso. È fantastico. È fantastico per gli introversi e lo è per gli estroversi. Ma ci vuole molta più privacy,molta più libertà e molta più autonomia al lavoro. A scuola, lo stesso. Dobbiamo certamente insegnare ai bambini a lavorare insieme, ma dobbiamo anche insegnare loro a lavorare per conto proprio. E ciò è particolarmente importante anche per i bambini estroversi. Devono lavorare per conto proprio perché in parte è da lì che vengono i pensieri profondi.
Ok, numero due. Andate nel deserto. Siate come Buddha, cercate le vostre rivelazioni. Non dico che dobbiamo isolarci e costruire una capanna nei boschi e non parlare mai più con nessuno, ma dico che potremmo tutti staccarci ed entrare nella nostra testa un po' più spesso.
Numero tre. Guardate bene cos'avete messo in valigia e chiedetevi perché. Voi estroversi, forse anche la vostra valigia è piena di libri. O forse è piena di bicchieri di champagne o di attrezzatura da paracadutismo. Qualunque cosa sia, spero che tiriate fuori queste cose quando potete onorandoci della vostra gioia ed energia. Ma voi introversi, così come siete, avete probabilmente l'impulso di proteggere attentamente quello che avete in valigia. E va bene. Ma qualche volta, solo qualche volta, mi auguro apriate la valigia per mostrarla agli altri, perché il mondo ha bisogno di voi, ha bisogno di ciò che trasportate.
Vi auguro il migliore dei viaggi possibili e che abbiate il coraggio di parlare dolcemente.
Grazie infinite.
(Applausi)
Grazie. Grazie.
(Applausi)Trovi tutti i link ai post "TED Talks" già pubblicati qui sotto :
1° Elizabeth Gilbert sul genio
2° Il Cervello in tempo reale: C.deCharms
3° Al Gore sulle recenti modificazioni climatiche
4° Matthieu Ricard e l'abitudine alla felicità
5° Hans Rosling: I dati cambiano la Mentalità
6° Rebecca Saxe: Come si forma il giudizio morale
7° Jill Bolte Taylor: Racconto di un Ictus in diretta
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Nel suo laboratorio alla Penn, l'Università della Pennsylvania, Vijay Kumar e la sua squadra costruiscono Quadricopteri, agili robot volanti che si muovono in formazione, interagiscono l'uno con l'altro e formano gruppi specializzati che possono essere utilizzati per le costruzioni, per il monitoraggio di aree disastrate e per molto altro. 
In questa interessante video-presentazione tenuta presso il recente TED 2012 Vijay Kumar mostra alla platea le incredibili capacità di volo autonomo di questi robot che iniziano già ad essere utilizzati per servizi di monitoraggio e ricognizione in vari settori di applicazione.
Per chi volesse approfondire il tema, e magari costruirsi un proprio Quadricoptero, trova tutte le informazioni e le ultime novità su DIY Drones.
TED Talks - Vijay Kumar: Robot che Volano e Cooperano
(
con sottotitoli in Italiano )
Trascrizione integrale del testo :
Buongiorno. Oggi mi trovo qui per parlarvi di palloni da spiaggia che volano da soli. Scherzo, si tratta di agili robot volanti come questo. Vorrei dirvi delle difficoltà che abbiamo affrontato per costruirli, e di alcune delle incredibili opportunità che questa tecnologia offre. Questi robot sono come gli aeromobili a pilotaggio remoto, solo che questi ultimi sono molto grandi, pesano qualche tonnellata e non sono affatto agili. Non sono nemmeno autonomi. Infatti molti di questi velivoli sono gestiti da personale a terra, tra cui diversi piloti, operatori di sensori e coordinatori di missione.
Quello che a noi interessa nello sviluppare i nostri robot - ecco qui due immagini - è di poterli vendere direttamente in negozio. Qui vediamo degli elicotteri a quattro rotori, lunghi circa un metro e dal peso di qualche chilo. Abbiamo aggiunto sensori e processori per farli volare all'interno di edifici senza l'aiuto del GPS.
Il robot che sto tenendo in mano è proprio questo; è stato realizzato da due studenti, Alex e Daniel. Pesa circa mezzo etto e consuma intorno ai 15 watt di corrente. Come potete vedere, ha un diametro di circa 20 centimetri. Ora vi farò una breve dimostrazione del funzionamento del robot.
Ha quattro rotori. Se li fate girare alla stessa velocità il robot rimane sospeso. Se ne aumentate la velocità si alza in verticale. Naturalmente se il robot si trova in posizione orizzontale, l'accelerazione avverrà in quella direzione. Per farlo piegare da un lato, ecco il primo modo per farlo. In questa immagine vedete che il rotore 4 gira più velocemente mentre il 2 è più lento. In questo caso si crea un momento che fa inclinare il robot. Allo stesso modo, se si aumenta la velocità del rotore tre e si riduce quella del rotore uno, il robot si sposta in avanti.
Ed infine, se si fanno girare più velocemente coppie opposte di rotori, il robot si imbarda sull'asse verticale. Dunque il processore del robot analizza, in pratica, i vari movimenti da effettuare e li combina pianificando il tipo di impulsi da inviare ai motori, 600 volte al secondo. Questo è il funzionamento di base.
Uno dei vantaggi del progetto è che, riducendo le dimensioni, il robot ovviamente guadagna in agilità. Qui R indica la lunghezza caratteristica del robot. Di fatto è la metà del diametro. E sono svariati i parametri fisici che cambiano riducendo il fattore R. Quello più importante è l'inerzia o resistenza al movimento. Ne risulta che l'inerzia, che controlla il movimento angolare, diminuisce come quinta potenza di R. Perciò più si riduce R più si riduce l'inerzia, e in modo esponenziale. Il risultato è che l'accelerazione angolare indicata dalla lettera alfa diventa uno fratto R. E' inversamente proporzionale a R. Più la si riduce, più aumenta la rapidità della virata.
Si capisce chiaramente dai video. In basso a destra vedete un robot che fa un giro su se stesso di 360° in meno di mezzo secondo. Per eseguire giri multipli ci vuole un po' di più. Tutte le manovre ricevono un feedback dagli accelerometri e dai giroscopi di bordo, e calcolano i comandi, come vi dicevo, 600 volte al secondo per stabilizzare il robot. A sinistra vedete Daniel che lancia il robot in aria. E vedete quanto il controllo del movimento sia totale. Non importa come lo si lancia, il robot stabilizza la sua traiettoria e torna indietro.
Ma perché costruiamo questi robot? Beh, robot come questi hanno molti impieghi. Potreste inviarli all'interno di edifici come questo come primo intervento per il controllo di intrusi, o magari per cercare delle perdite biochimiche, o di gas. Si possono usare anche per le costruzioni. Qui li vedete trasportare travi, colonne, e assemblare delle strutture cubiche. Vi dirò qualcosa in più su questo. I robot si possono impiegare per trasportare materiali. E uno dei problemi è rappresentato dalla loro modesta capacità di carico. Ma si possono combinare diversi robot per aumentarla. Questa è un'immagine di un nostro recente esperimento - beh, non tanto recente, ormai - condotto a Sendai dopo il terremoto. Questi robot potrebbero volare all'interno di edifici crollati per stimare l'entità dei danni causati da disastri naturali, o in edifici esposti a radiazioni per determinarne il livello di pericolosità.
Il problema fondamentale da risolvere è dare loro autonomia di calcolo per stabilire come spostarsi dal punto A al punto B. Qui le cose si complicano un po' per via dell'intrinseca complessità dinamica dei robot. Infatti si devono spostare in uno spazio a 12 dimensioni. Così ricorriamo a un trucchetto. Prendiamo questo spazio curvo 12-dimensionale e lo trasformiamo in uno a 4 dimensioni. Quest'ultimo è costituito da X, Y, Z, e dall'angolo di imbardata.
Quello che fa il robot è pianificare la traiettoria più breve e veloce. In fisica, come ricorderete, abbiamo posizione, derivata, velocità, poi accelerazione, quindi contrazione e poi scatto. E questo robot minimizza lo scatto. Di fatto produce un movimento lineare e aggraziato. E lo fa evitando eventuali ostacoli. Dunque queste traiettorie a scatto ridotto nello spazio piatto vengono adattate a questo complicato spazio 12-dimensionale, che il robot deve analizzare e poi eseguire.
Lasciate che vi mostri alcuni esempi di questo tipo di traiettoria. Nel primo video vediamo il robot che va da A a B passando per un punto intermedio. Ovviamente il robot riesce a eseguire qualsiasi traiettoria curva. Queste sono traiettorie circolari che imprimono accelerazioni di due G. Le microcamere di bordo dicono al robot dove si trova, 100 volte al secondo. E gli indicano la posizione degli ostacoli. Ostacoli che possono muoversi. Qui si vede Daniel mentre lancia un cerchio in aria, e il robot che calcola la posizione del cerchio per scegliere il momento adatto per attraversarlo. Come accademici siamo abituati a fare salti mortali per raccogliere fondi per i nostri esperimenti, ma qui lo facciamo fare ai robot.
(Applausi)
Un'altra cosa che i robot possono fare è memorizzare segmenti di traiettoria pre-programmati o che apprendono da sé. Qui vedete il robot che combina un movimento per prendere velocità, e poi modifica assetto e torna in posizione normale. E' obbligato a farlo perché l'apertura attraverso cui deve passare è di poco più larga del robot. E alla stregua di un tuffatore sul trampolino, che salta per prendere lo slancio sufficiente per eseguire piroetta e doppia capriola, per poi rimettersi in assetto con grazia, anche il robot esegue le sue evoluzioni. Dunque sa combinare piccoli segmenti di traiettoria per eseguire dei compiti alquanto complessi.
Ma passiamo ad altro. Uno degli svantaggi di questi piccoli robot è la loro dimensione. Vi dicevo poc'anzi che sarebbe possibile utilizzare svariati robottini per superare i limiti imposti dalle dimensioni. Ma una delle difficoltà è come coordinare il loro movimento in gruppo. E così abbiamo guardato alla natura. Vorrei mostrarvi un video sulle formiche del deserto, le aphaenogaster, nel laboratorio del Prof.Stephen Pratt, mentre trasportano un oggetto. E' un pezzetto di fico. Basta che qualsiasi oggetto sia ricoperto di succo di fico perché le formiche se lo portino nel loro nido. Queste formiche non hanno un coordinamento centrale. Si basano sulle loro vicine. Nessuna comunicazione esplicita. Ma dato che si relazionano alle vicine e che sono in contatto con l'oggetto, esiste nel gruppo una coordinazione implicita.
Ed è proprio il tipo di coordinazione che serve ai nostri robot. Quindi quando un robot è circondato da altri robot - prendiamo i robot I e J - quello che vogliamo che facciano è monitorare la distanza reciproca mentre volano in formazione. E poi vorrete accertarvi che la distanza rientri in limiti accettabili. Dunque i robot monitorano questo errore e ricalcolano i comandi di controllo 100 volte al secondo, il che si traduce in 600 volte al secondo per i comandi dei motori. E anche questo deve poter essere fatto in maniera decentralizzata. Di nuovo, se fate volare grandi quantità di robot, è impossibile coordinare centralmente tutte le informazioni abbastanza rapidamente da far loro portare a termine il lavoro. Inoltre i robot devono basare le loro azioni solo su informazioni locali, su ciò che percepiscono dai loro vicini. Ed infine vogliamo che i robot siano agnostici nei confronti dei loro vicini. E' ciò che chiamiamo anonimato.
Ora vi mostrerò un video di 20 piccoli robot che volano in formazione. Controllano la posizione dei loro vicini. Si mantengono in formazione. Le formazioni possono cambiare. Possono essere disposte su un piano orizzontale o tridimensionale. Come potete vedere cambiano formazione, da una tridimensionale ad una orizzontale. E per volare attraverso gli ostacoli riescono rapidamente ad adattare la formazione. E volano a distanza veramente ravvicinata. Come vedete in questo volo a forma di 8, volano a pochi centimetri uno dall'altro. E malgrado le interazioni aerodinamiche delle loro pale, il volo resta stabile.
(Applausi)
E se riescono a volare in formazione saranno anche in grado di sollevare degli oggetti, tutti insieme. Vuol dire che potremo aumentare di due, tre, quattro volte la forza dei robot semplicemente facendoli lavorare insieme ai loro vicini. Uno degli svantaggi è che, con l'aumentare delle dimensioni degli oggetti - e dunque con tantissimi robot che trasportano la stessa cosa - essenzialmente aumenta l'inerzia, e quindi il prezzo da pagare è una minore agilità. Ma si guadagna in termini di capacità di carico.
Vi mostro un'altra applicazione - ancora nel nostro laboratorio. E' il lavoro di ricerca di un neolaureato, Quentin Lindsey. Attraverso il suo algoritmo chiede ai robot di costruire in modo autonomo delle strutture cubiche usando elementi sfusi. Dunque l'algoritmo indica al robot l'elemento da prelevare, quando e dove posizionarlo. In questo video, velocizzato di 10-14 volte, vedete tre strutture differenti che vengono costruite dai robot. E fanno tutto da soli, l'unica cosa che fa Quentin è dar loro una piantina del disegno della costruzione.
Tutti gli esperimenti che avete visto finora, tutte queste dimostrazioni, sono stati realizzati usando sistemi di motion capture. Ma che succede quando uscite dal laboratorio e andate nel mondo reale? E se non avete un GPS? Questo robot dispone di una videocamera e di un cercatore laser H, uno scansionatore laser. Usa questi sensori per creare una mappa dell'ambiente circostante. Nella mappa sono rappresentate porte, finestre, persone, mobilio, e il robot riesce a calcolare la propria posizione rispetto a questi oggetti. Quindi non c'è alcun sistema globale di coordinate. Questo sistema viene definito dallo stesso robot, dalla sua ubicazione e da ciò che vede. E naviga in base a questi parametri.
Ora vi mostrerò un video degli algoritmi sviluppati da Frank Shen e dal Prof. Nathan Michael, in cui un robot entra per la prima volta in un edificio e ne ricrea la mappa mentre si sposta. Quindi il robot analizza le caratteristiche dell'ambiente. Ne realizza una mappa. Calcola la sua posizione rispetto agli oggetti e ricalcola la propria posizione 100 volte al secondo, permettendoci di usare gli algoritmi di controllo che vi descrivevo prima. Dunque questo robot viene di fatto comandato in remoto da Frank. Ma il robot è in grado di capire da solo dove deve andare. Immaginate che debba inviare il robot in un edificio di cui non conosco assolutamente alcuna caratteristica, posso chiedere al robot di entrare, crearne una mappa e tornare da me e dirmi com'è fatto l'edificio. Qui il robot non si limita a risolvere il problema dello spostamento da A a B su questa mappa, ma ricalcola continuamente dove si trovi il miglior punto B. Essenzialmente sa dove andare per cercare i luoghi di cui possiede meno informazioni. Ed è così che arricchisce la sua mappa.
Vi farò vedere un'ultima applicazione. Questa tecnologia ha svariate applicazioni. Noi professori siamo appassionati di sistemi educativi. Dei robot così possono realmente cambiare il metodo educativo scolastico. Ma ci troviamo nella California Meridionale, nei pressi di Los Angeles, dunque devo concludere con qualcosa di divertente. Vi mostrerò un video musicale. Ecco coloro che l'hanno realizzato, Alex e Daniel.
(Applausi)
Ma prima vi voglio dire che l'hanno prodotto in soli tre giorni, dopo aver ricevuto una chiamata da Chris. E i robot che vedrete sono del tutto autonomi. Vedrete nove robot che suonano sei diversi strumenti. Ovviamente l'hanno preparato in esclusiva per TED 2012. Vediamo.
(Musica)
(Applausi)Trovi tutti i link ai post "TED Talks" già pubblicati qui sotto :
1° Elizabeth Gilbert sul genio
2° Il Cervello in tempo reale: C.deCharms
3° Al Gore sulle recenti modificazioni climatiche
4° Matthieu Ricard e l'abitudine alla felicità
5° Hans Rosling: I dati cambiano la Mentalità
6° Rebecca Saxe: Come si forma il giudizio morale
7° Jill Bolte Taylor: Racconto di un Ictus in diretta
8° Pranav Mistry: Nuove Tecnologie Sesto-Senso
9° Ramachandran: I Neuroni plasmano la Civiltà
10° Hans Rosling: Ascesa Asiatica come e quando
11° Rob Hopkins: Verso un Mondo senza Petrolio
12° Jamie Oliver: Educazione al Cibo per i Bambini
13° Bertrand Piccard: Avventura a Energia Solare
14° Dan Barber: Mi sono innamorato di un pesce
15° Aimee Mullins: L'opportunità delle avversità
16° Dan Buettner: Come vivere fino a 100 anni
17° Eric Topol: Il futuro senza fili della Medicina
18° James Randi demolisce le Frodi Paranormali
19° Richard Sears: Pianificare la fine del petrolio
20° Si può "affamare" il cancro con la dieta ?
21° Helen Fisher: Perché amiamo e tradiamo
22° Tan Le: Cuffia per leggere le onde cerebrali
23° J.Assange: Il mondo ha bisogno di Wikileaks
24° Hans Rosling: Cresce la popolazione globale
25° Derek Sivers: Tenetevi per voi i vostri obiettivi
26° C. Anderson: I Video stimolano l'Innovazione
27° Stefano Mancuso: L'intelligenza delle piante
28° Steven Johnson: Da dove provengono le Idee
29° Brian Skerry: Splendore e Orrore degli Oceani
30° Kristina Gjerde: Leggi Acque Internazionali
31° Marcel Dicke: Mangiare insetti: perché no ?
32° Amber Case: Siamo diventati tutti dei Cyborg
33° Hanna Rosin: I dati sull'ascesa delle Donne
34° N. Hertz: Quando non dare ascolto agli esperti
35° Patricia Kuhl: il Genio linguistico dei Bambini
36° Hans Rosling: Lavatrice magica e rivoluzione
37° Cynthia Breazeal: Arrivano i Personal Robot
38° M.Jakubowski progetta Macchine open source
39° H.Fineberg: Siamo pronti per la Neo-evoluzione?
40° Eli Pariser: Attenti alle " Gabbie di Filtri " in rete
41° Stephen Wolfram: Calcolare la teoria del tutto
42° Hong: Automobili per conducenti non vedenti
43° Alice Dreger: Il destino è scritto nell'anatomia
44° D.Kraft: Il futuro della Medicina é nelle App
45° C.Seaman: Fantastiche Foto dei Ghiacci Polari
46° Dave deBronkart: Vi presento l'e-Patient Dave
47° Fischer: Un Robot che vola come un Uccello
48° Julian Treasure: 5 modi per ascoltare meglio
49° M.Pagel: Le Lingue hanno cambiato l'Umanità
50° Huang: La democrazia soffoca la crescita economica ?
51° Bruce Schneier: Il miraggio della Sicurezza
52° Resnick: Benvenuti alla rivoluzione genomica
53° Pamela Meyer: Come smascherare i bugiardi
54° Anna Mracek: Un aereoplano che puoi guidare
55° Christoph McDougall: Siamo nati per correre ?
56° Yves Rossy: In volo con Jetman
57° Daniel Wolpert: La vera ragione del Cervello
58° Plait: Come proteggere la Terra dagli asteroidi
59° Y.Medan: Chirurgia a Ultrasuoni senza Bisturi
60° Britta Riley: Un Orto nel mio Appartamento
61° Antonio Damasio: Comprendere la Coscienza
62° Clay Shirky: Perché SOPA è una cattiva Idea
63° Mikko Hypponen: 3 tipi di Attacchi Informatici
64° Peter van Uhm: Perché ho scelto un fucile
65° Shawn Achor: Il segreto per lavorare meglio
66° Kevin Allocca: Perché i Video diventano Virali
67° Vijay Kumar: Robot che Volano e Cooperano
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